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Alcuni nomi televisivi come Grande Fratello, Matrix e Velina, hanno cancellato dalla lingua metafore efficaci per denunciare il controllo mediatico.
1. Il recente conflitto tra le trasmissioni “Matrix” e il “Grande Fratello”, che ha portato alle dimissioni di Enrico Mentana in occasione del caso Englaro, merita un commento soprasensibile, all’altezza degli eventi. Non mi soffermerò sulla vicenda come tale, né sullo statuto di questo giornalista “di sinistra” che consente a Berlusconi di definirsi liberale. Mi interessano solo le parole di cui (non) disponiamo per parlarne: la frequente sensazione di restare, come si dice, “senza parole”. Mentre infatti ricerco nella memoria i termini e le immagini che potrebbero aiutarmi a comprendere l’accaduto, un titolo di giornale mi sussurra due nomi che un tempo consideravo utili. Ma che ormai, geneticamente modificati, sono diventati inservibili: Matrix e il Grande Fratello. Perché le due principali trasmissioni di Mediaset – l’azienda dell’uomo che governa l’ecosistema cognitivo del Paese -, si chiamano proprio con due dei titoli più taglienti che la Cultura abbia partorito per condannare il controllo totalitario sui media?
2. Il reality “Il Grande Fratello“, della olandese Endemol, è distribuito in Italia da Mediaset a partire dal settembre 2000. All’epoca, il gruppo di Berlusconi occupa da sei anni un’indebita posizione dominante nel sistema radiotelevisivo. Una sentenza della Corte Costituzionale gli impone di cedere Retequattro, ma Mediaset non lo fa, ed ottiene continue proroghe dal governo. Frattanto scadono le concessioni, e si apre una nuova gara per assegnarle. A sorpresa, si presenta Europa 7 che vince e ottiene la concessione cui Retequattro dovrà rinunciare. E’ il 28 luglio 1999. Ma Mediaset non vuole rinunciare. Vuole tenersi la posizione dominante. Per riuscirci, deve fare il possibile perché cessi di apparire pericolosa.
Il titolo “Il Grande Fratello” riprende il nome di un proverbiale personaggio del libro di George Orwell, scritto nel 1948 e intitolato 1984. Nel libro, il Grande Fratello è uno spietato dittatore (una trasparente allegoria di Stalin) che esercita un controllo totalitario sulla popolazione, mediante monitor e telecamere installati in ogni casa, e un sistema burocratico di manipolazione delle informazioni. In particolare, il Grande Fratello orwelliano promuove l’instaurazione di una Neolingua: fa cioè cancellare dal vocabolario tutte le parole “scomode” che potrebbero essere usate contro di lui, le elimina dai documenti di archivio oppure ne modifica il significato.
La versione berlusconiana del “Grande Fratello” non eredita solo il nome di quella orwelliana. Ad esempio, il fatto che la Casa sia controllata da telecamere-spia è parte integrante anche del concetto del libro. Tuttavia, il reality ha eliminato ogni riferimento all’uso politico del controllo mediatico, e quindi ha disinnescato la condanna etica che quest’ultimo suscitava nel libro. Il “Grande Fratello” di Canale 5 esercita ormai un controllo mediatico tutt’altro che inquietante. Anzi, si direbbe che è una cosa piacevole: un’alacre esperienza comunitaria, cui ogni adolescente vorrebbe partecipare.
Come conseguenza del successo della trasmissione (che tocca fino a 15 milioni di spettatori, il 25% della popolazione italiana), l’espressione Grande Fratello ha perduto il suo significato originario, almeno presso il grande pubblico. Ormai non può più essere utilizzata per nominare con precisione, rapidità e ricchezza di riferimenti il tipico “dittatore che controlla il sistema dei media di un Paese”, giacché, udendola, la maggior parte degli interlocutori intenderà “il reality sulla Casa dei giovani controllati da telecamere-spia”.
3. Quattro anni più tardi, durante il suo secondo mandato, quando controlla ormai anche RaiUno e RaiDue, Berlusconi fa rimuovere Mentana dal TG5, probabilmente perché troppo imparziale nello scontro elettorale. In effetti, dopo aver vinto le elezioni nel 2001, la coalizione di centro-destra ha perso tutte le competizioni locali, e i sondaggi prevedono una disfatta per le politiche del 2006. Tra i temi “caldi” della campagna dell’opposizione spicca il così detto “conflitto di interessi”, un’astrusa formula del diritto per dire, tra le altre cose, che un Presidente del Consiglio non può controllare l’opinione pubblica da cui dovrebbe essere controllato. Berlusconi non può perdere le elezioni, perché come al solito rischia condanne in diversi processi. Deve quindi fare di tutto per recuperare consensi: da un lato, controllare meglio i mezzi d’informazione, togliendo a Mentana il TG5 in prima serata; dall’altro, smentire coloro che lo accusano di controllare i mezzi di informazione, inventando per Mentana una nuova trasmissione di approfondimento in seconda serata.
Il titolo di “Matrix” è ripreso da una recente trilogia hollywoodiana, firmata dai fratelli Wachowsky (1999-2003) che, con rara efficacia comunicativa ed immenso successo di pubblico, ha dipinto lo scenario di un mondo da incubo, in cui l’intera popolazione, ridotta allo stato larvale, è cognitivamente controllata dal potere totalitario delle macchine, mediante l’inoculazione di una realtà virtuale onnipervasiva. Questa visione angosciosa ed inquietante è ovviamente del tutto assente dalla trasmissione di Mentana, che anzi si presenta come un modello di televisione liberale, dove anche l’opposizione può dire la sua, e dove il giornalista, sebbene al soldo della famiglia Berlusconi, fa mostra di indipendenza.
Come conseguenza del successo della trasmissione (fino a 6 milioni di spettatori, il 10% della popolazione), la parola Matrix ha perso quasi del tutto, almeno presso il grande pubblico, il significato che il film le aveva conferito tra il 1999 e il 2005. Ormai è sempre più difficile usarla come calzante metafora condivisa per indicare un tipico “potere politico che controlla il sistema cognitivo della popolazione tramite i media”, perché, chiunque oda la parola, tende subito a pensare al “salotto di Mentana (dove anche Veltroni e Di Pietro possono esprimersi)”.
4. Le allegorie di Matrix (il film) e del Grande Fratello (il libro) erano forse tra gli strumenti linguistici più affilati per parlare del regime berlusconiano. Non mi riferisco ai discorsi o alle analisi che i politici o gli intellettuali possono fare usando anche altre parole (ammesso che ne facciano, e che dispongano ancora di una cultura distinta da quella popolare). Parlo della lingua italiana, cioè dei saperi irriflessi e dei discorsi largamente condivisi che possono circolare tra tutta la popolazione. Ebbene, nella lingua – questo protocollo di sharing della cognizione – le parole Matrix e Grande Fratello non sono più disponibili per descrivere, comprendere, e quindi eventualmente combattere, un potere mediatico totalitario. Significano ormai tutt’altro. Da inflessibili atti d’accusa contro il controllo mediatico, sono diventati il suo paravento e il suo spot pubblicitario.
Si tratta, credo, solo della punta di un iceberg. Altre parole hanno subito o stanno subendo la stessa sorte. Basti pensare alla parola velina. Nel giornalismo del secolo scorso voleva dire una notizia manipolata, che il potere politico o finanziario passava ai giornali allo scopo di influenzare indebitamente l’opinione pubblica. Questo significato deteriore è rimasto in voga finché la cosa non è diventata la norma. A quel punto, Canale 5 ha lanciato una dubbia trasmissione di satira, “Striscia la notizia” (1988), in cui comparivano in primo piano i culi in tanga di due ragazze sui pattini che porgevano flessuose le notizie al conduttore. Questi culi inoccultabili e indimenticabili vennero chiamati “Veline“. Sicché, mentre il politico, il finanziere e il manipolatore mediatico diventavano la stessa persona, e la velina diventava la norma dell’informazione giornalistica, il significato della parola veniva abolito dal lessico comune, e relegato a quello di pochi specialisti. Da allora, invece di evocare la bruttura del controllo antidemocratico sui media, evoca le belle natiche che incorniciano la libera informazione.
5. Mentre scrivo, leggo che Berlusconi ha dichiarato: “Quanto alla Costituzione io non l’ho attaccata. La Costituzione però non è un moloch: può evolvere con i tempi” (Repubblica 9 febbraio 2009). Faccio una rapida ricerca e trovo altre occorrenze simili: “[I vincoli di Maastricht] non sono un moloch, ma sono importanti e vogliamo rispettarli” (Repubblica 5 ottobre 2008). “Un ordine dello Stato [la magistratura] non può vivere in un empireo e pensare alle leggi come ad un moloch assoluto. Le leggi devono essere adattate…” (Repubblica 31 maggio 2008). “La verità è che l’ articolo 18 è stato elevato a un moloch” (Repubblica 17 marzo 2002).
Moloch è quindi la parola che Berlusconi impiega sistematicamente per dissacrare gli istituti che limitano il suo potere. Egli la impiega come sinonimo di totem intoccabile, assegnandole il significato di “entità cui si tributa un rispetto quasi sacrale, da ritenersi pregiudiziale ed eccessivo”. Strano uso. Perché il significato più caratteristico di moloch, quello che appunto lo distingue anche etimologicamente da totem, è piuttosto “entità dotata di un immenso potere malefico o oppressivo”. Come quando, ad esempio, parlando di Thomas Hobbes, il filosofo dell’assolutismo, si dice che il suo Stato Assoluto è come un moloch, cioè come un mostro potentissimo capace di sottomettere a sé ogni altro potere ed ogni libertà. Sarebbe davvero un peccato se, a forza di sentir ripetere senza rettifiche il ritornello “sarà anche buono, ma non è un moloch”, smarrissimo il significato di una parola così utile al giorno d’oggi.
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PREGEVOLI CONSIDERAZIONI. Purtroppo però nessuno finora ha contrastato, neanche per conflitto di interesse, questo individuo che ci ritroviamo ad ossessionare il nostro tempo e la nostra Italia—>ORMAI verso il modello Argentino. grazie cmq Anna
Gran bell’articolo, veramente.
La manipolazione dell’informazione si basa prima di tutto sulla manipolazione delle parole. Poi su quella dei concetti. E infine dei fatti.
Il controllo del pensiero è il primo passo per riscrivere la storia. Hai fatto bene a citare Orwell; come scrisse nell’indimenticabile 1984: “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”
Manu
Lucidità grandiosa.
Hai incredibilmente ragione: ci rubano le parole per descriverli, e così scompaiono. Nessuna parola -> nessun concetto -> nessun oggetto.
In realtà la neolingua (di sinistra) si è già ampiamente imposta: tutti i mass media hanno trasformato gli “immigrati” in “migranti”.
La riforma del diritto di famiglia voluta da Zapatero in Spagna, per introdurre il matrimonio tra omosessuali, ha comportato la cancellazione dal codice civile dei termini marito e moglie (sostituiti con coniuge) e padre e madre (sostituiti con genitore).
Davvero una riflessione interessante… non ci avevo pensato, ma credo che tu abbia perfettamente ragione!
Markus, forse ti colpira’ anche il fatto che la BBC ha introdotto il divieto di usare la parola “terrorista” quando si parla di persone che compiono attacchi armati contro forze d’occupazione o che sono rimaste uccise da raid aerei o attacchi di eserciti come quello americano o quello israeliano. pero’ non credo che sia un problema se questi cambiamenti servono a dire meglio la verita’. se non si dice immigrato e’ semplicemente perche’ immigrato non dice tutto, ovvero parla solo del paese in cui una persona arriva e non della persona stessa di cui si presume si parli, che magari non ha un arrivo vero e proprio visto che spesso passa da un paese a un altro. se in spagna si dice coniuge e’ perche’ un diritto e’ stato esteso a una categoria ulteriore che non e’ compresa nella terminologia precedente. quindi, soprattutto in ambito giuridico, ci vogliono termini che comprendato i nuovi soggetti. insomma, non credo sia questo il problema…
uhm, l’ipotesi è suggestiva: la prima considerazione che mi viene da fare è di ordine culturale – mi pare operazione troppo sofisticata per Berlusconi, il cui “genio” è del tutto animale. La seconda considerazione – che conferma la prima – è che mi pare, a legger wikipedia, che il lancio del format “big brother” sia olandese.
http://en.wikipedia.org/wiki/Big_Brother_(TV_series)#Format
Rosalux, grazie del commento. Ti rispondo in breve. Non credo affatto che Berlusconi sia incolto, è solo che parla per convincere gli incolti, che sono la maggioranza della popolazione. Inoltre non è lui personalmente che gestisce questi aspetti delle sue campagne. Ha sicuramente al suo servizio una équipe di professionisti di prim’ordine del marketing politico. E’ noto anche che l’amicizia con Bush gli ha procurato il contatto con società americane specializzate in interventi politico-mediatici all’estero (http://www.repubblica.it/2006/b/sezioni/politica/versoelezioni21/psb/psb.html).
Per quanto riguarda il Grande Fratello, l’ho scritto anch’io che la Endemol è olandese, ma cosa cambia? Endemol era una piccola società rispetto a Mediaset, che puo’ benissimo averle commissionato il format, visto che è uscito ad Amsterdam solo un anno prima che in Italia. Ed anche se non lo avesse fatto: scegliere sul mercato, tra i tanti disponibili, il format “Grande Fratello” vale come inventarlo di sana pianta. Percio’ se anche se Endemol era olandese non cambia niente. Dico “era” perché oggi Endemol è proprietà di Mediaset (http://en.wikipedia.org/wiki/Endemol).
Il commento di Rosa mi sembra piuttosto ingenuo. A confermare quello che Lunobi suggeriva, negli USA ci sono diverse scuole di pensiero che abbinano “cognitive linguistics” alla politica.
Scegliere durante una campagna politica termini che assicurino un effetto anestetizzante o di ribellione sugli elettori è uno degli obiettivi di queste nuove discipline.
Un esempio fra i tanti di studiosi di questa materia: http://en.wikipedia.org/wiki/George_Lakoff
Una lettura piacevolissima il tuo blog. Grazie!