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Il fondatore di Tiscali ha perso le elezioni perché non ha adoperato opportunamente la rete per contrastare lo strapotere televisivo di Mediaset.
Guardo i video di Renato Soru sul suo sito, all’indomani della sconfitta in Sardegna, e mi domando che cosa gli manca per essere l’Obama italico. Nonostante la batosta di ieri, infatti, mi sembra ancora la persona più adatta a tirar fuori il Paese dalla caverna catodica. C’è qualcosa di forte in lui, nel suo modo di essere di sinistra, di una sinistra moderata e radicale insieme. E c’è qualcosa di debole. Si tratterebbe di capire cosa.
Comizio di Soru in sardo
Di forte c’è una specie di umanità. Il fatto che è una persona semplice e per bene. Con quella fragilità che non nasconde, quella calvizie senza ricrescita, quella voce che ogni tanto trema ma non si ferma. Poi ci sono le sue idee, che sono chiare e nette, ragionevoli e acute, a volte difficoltose, perché non farlocche, comunque ambiziose e generose. Proteggere il paesaggio e l’economia tradizionale sarda per valorizzarli turisticamente nel quadro di un sistema di garanzie sociali, è quello che qualunque persona di buon senso vorrebbe per la Sardegna. Infine è forte la sua coerenza, il fatto di aver voluto sfanculare la parte cialtrona e miope del PD (l’elettorato lo ha premiato dandogli il 5% in più dei voti attribuiti alla lista). Tutto questo è quanto c’è di forte e nuovo: una persona semplice, intelligente, coraggiosa, onesta.
E cosa c’è di debole? Di debole c’è il lamento per il fatto che Berlusconi faccia campagna con tutti i media a sua disposizione, con una “incredibile volontà di conquista” (Cappellacci ha preso il 5% in meno della sua lista). E allora? Anzitutto Berlusconi è sempre quello: lo conosciamo da tempo. E poi la politica è proprio questo: sfidare e battere l’avversario con tutti i mezzi disponibili. Che cosa c’è di strano? C’è che Berlusconi è proprietario di Mediaset e utilizza le televisioni per vincere. Mentre Soru, che è fondatore di Tiscali, non utilizza in alcun modo la rete. Questo è strano. Fare politica alla D’Alema, come se la bicamerale contasse più di Retequattro, era improvvido già nel 1997, ma oggi è imperdonabile. Soprattutto contando che da imprenditore, Soru sta mezzo secolo avanti a Berlusconi.
Ora, come dovrebbe usare la rete, uno che ha ancora il 20% di Tiscali? Di certo, non limitandosi a ricavarne la brutta copia di una televisione, per pubblicare i propri video e discorsi (sebbene talora indimenticabili, come quelli qui riportati in sardo campidanese). Cioè, non limitandosi ad usarla come fanno gli stati maggiori del PD, che per antidoto al regime televisivo propongono due nuove televisioni (YouDem.tv e Red.tv). Taccio sull’idea di democrazia che c’è dietro e sulla poca lungimiranza che c’è davanti. Ma ammesso anche che si trattasse di condividere equamente col Cavaliere il controllo mediatico sull’opinione pubblica, resta il fatto che i mezzi sono del tutto inadeguati. Pensare internet come una televisione è pensarla come uno strumento che permette di rispondere alle cannonate con l’arco e le frecce. Mentre invece è un mezzo per rispondere con i caccia bombardieri, purché i piloti siano preparati ad un’audace scommessa democratica.
Sfoglio i video sul sito di Soru – negli ultimi è un po’ depresso, i sondaggi vanno male – e mi dico: certo, li vedranno si e no duemila persone, un centesimo di quelle che hanno visto il monologo di Berlusconi su Italia 1. Usata così, la rete è ininfluente. Ed è sprecata. Perché noi, mentre stiamo a guardare – a differenza di quelli che guardano Italia 1 – potremmo anche agire. Cosa accadrebbe per esempio se, organizzati opportunamente, spedissimo ognuno un video ai nostri cento amici su Facebook? Accadrebbe che in breve i duemila di Soru diventerebbero quanti i duecentomila di Berlusconi. E se oltre a mandare un video su Facebook facessimo anche delle telefonate, organizzassimo riunioni, parlassimo con i vicini, stampassimo dei volantini da distrbuire all’incrocio? Succederebbe che i contatti diventerebbero rapidamente il doppio o il quadruplo di quelli di Italia 1. Insomma, mentre guardo i video di Soru, mi viene da sussurrargli: hai perso perché ci hai sprecati. Ti sei rivolto a noi come farebbe un Berlusconi qualsiasi. Ma noi non siamo gli elettori di Berlusconi.
La campagna di Obama ce lo ha insegnato: la rete va usata per reclutare, motivare e organizzare militanti occasionali che moltiplichino le iniziative del candidato sul territorio. La gente che si collega ad internet “per informarsi”, in realtà lo fa anche per informare, e per agire. Quante persone aiuterebbero volentieri un bravo candidato, se avessero davvero fiducia in lui e se potessero concentrare lo sforzo nella breve durata di una campagna elettorale (senza dover conoscere per forza quelli della sezione PD di Porto Torres)? Sono certo che in migliaia sarebbero pronti a farlo. Ma per usufruirne, il candidato e il partito dovrebbero essere pronti a una rivoluzione copernicana nella gestione del potere, consistente nel limitare il proprio arbitrio e nel prendere alla lettera il dettato costituzionale: “La sovranità appartiene al popolo…” (Art. 1).
A ben vedere, sarebbe proprio in quest’uso partecipativo e militante della rete – non certo nel videostreaming – che emergerebbe il vantaggio di un candidato intelligente e sincero, più che astuto e spettacolare, e portatore di idee e discorsi veri, invece che di spot pubblicitari. Infatti gli spot possono convincere qualcuno ad andare votare, ma difficilmente poi gli saranno sufficienti per convincere a sua volta qualcun altro. Per loro natura gli spot sono efficaci nella comunicazione a stella del mainstream (da uno a tutti), funzionano bene sul breve periodo, nella battuta singola, nell’univocità senza risposta. Ma mancano dell’articolazione sufficiente per permettere a chi li ascolta di costruire a sua volta nuove argomentazioni. Per questo è molto difficile che un elettore berlusconiano, se non retribuito, sia poi un militante capace di far proseliti (diverso è il discorso, ovviamente, per AN e la Lega).
Nella maggior parte dei casi (cioè tranne in quelli di consapevole connivenza con il manipolatore), questo tipo di elettore è uno che si è bevuto un oceano di cazzate, spesso contraddittorie, dotate di contenuto conoscitivo nullo. Se perciò prova a ripeterle è incapace di rispondere a un’obiezione qualsiasi. Per questo, i proseliti, Berlusconi deve farseli verticalmente uno per uno. Non può contare sulla loro collaborazione attiva. E deve anche rinnovare il messaggio in modo martellante, perché il suo non è un discorso che “regge”, non è qualcosa di interessante da ricordare e da ridire, che ti fa piacere perché ti fa capire le cose, e che quindi può vivere di vita propria nella circolazione linguistica. Se lo ripeti e ci ragioni un po’, ti accorgi subito che è una stronzata inutile. Solo se lo riascolti in televisione tutti i giorni, con dietro un un jingle sbarazzino, e accanto un bel quarto di culo, allora non ti accorgi che è privo di significato. Questo significa che il Cavaliere non può sfruttare la reazione a catena a crescita esponenziale che è tipica del passaparola (e che per esempio vediamo funzionare su Facebook nelle Causes).
Viceversa, un messaggio come quello di Soru, senz’altro meno efficace nella dinamica dello spot, potrebbe esserlo molto di più in quella virale “di bocca in bocca”, proprio perché non è fatto di slogan, ma di argomentazioni circostanziate, riflessioni informate e ben costruite. Insomma, non folgorerà forse gli analfabeti nei primi 15 secondi di ascolto, ma fornirà agli ascoltatori mediamente colti, nei successivi 15 giorni, tutto il necessario per argomentare a loro volta, e per convincere qualcun altro. In altre parole, sono discorsi più adatti ad un tipo di uso partecipativo e militante della rete, che invece di indottrinare verticalmente ogni elettore puntano a riattivare una rete sociale di proselitismo “orizzontale”, che si propaga per reazione a catena seguendo una crescita esponenziale.
Per queste ragioni, mi sembra che una campagna partecipativa alla Obama, con la rete usata in modo avanzato per reclutare, motivare e organizzare militanti, potrebbe fare la differenza in elezioni dove ci fosse un leader credibile, che si dotasse una strategia coraggiosa e generosa. E credo che sarebbe una differenza anche strutturalmente difficile da colmare per i professionisti del marketing di Publitalia, proprio perché smetterebbe di trattarsi solo di marketing.
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soru ha perso perché ha governato male….
Elezioni in Sardegna: la vittoria di Cappellacci e le ragioni della sconfitta di Soru
L’interpretazione che proponi non spiega perché Soru abbia preso il 5% in più della sua coalizione. L’elettorato non sembra aver sfiduciato lui, ma il PD.
Ottime argomentazioni e analisi ineccepibile, forse credi un pò troppo nella rete, però la cosa avrebbe potuto prendere piede, e Soru sarebbe stato comunque la persona credibile che sortirebbe un effetto domino anche nella rete.
Mi è piaciuto molto questo articolo.
Ross
Grazie Ross
segnalo
http://tinyurl.com/bwexxj
ciao
giorgio
Grazie della segnalazione, Giorgio. Nell’articolo che segnali, Soru dichiara che la rete non basta, perché in rete ha stravinto ma non è stato sufficiente, e che si tratta quindi di ritornare sui territori per parlare alla gente. Ebbene ciò conferma puntualmente che lui e i suoi hanno fatto un uso “informativo” e non “organizzativo” della rete, mentre l’innovazione obamesca è consistita proprio nell’utilizzarla per organizzare militanti occasionali che raggiungessero capillarmente i territori.
sì, il fraintendimento che non ci si aspetterebbe da uno che fa il suo mestiere è la contrapposizione reale-virtuale (“sì va bene la rete, ma conta anche la realtà”). virtuale ovviamente non è irreale o contro-reale, ma reale in forma potenziale. e l’uso politico-organizzativo della dimensione sociale della rete di cui obama s’è giovato (che in italia finora ha utilizzato solo grillo con i suoi meetup) non è in fondo che lo sviluppo logico di una “banale” constatazione che data da due decenni: alle volte le persone che conosci in chat, poi hai voglia di incontrarle anche “dal vivo”. evidentemente in italia i politici non hanno mai chattato…
proprio cosi’… ed ecco che anche D’Alema si lancia a precisare che “Facebook non basta”:
http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/partito-democratico-26/dalema-giannini/dalema-giannini.html
ormai è diventato uno sport nazionale, e secondo me vuol dire press’a poco questo: “trentenni, quarantenni, non ci provate neanche, la vecchia guardia è ancora in sella e non la butterete giù tanto facilmente!”
sondaggio del corriere del 20 febbraio sul successore di veltroni:
1. un candidato nuovo 23%
2. pierluigi bersani 14,4%
3. renato soru 10,2%
eh, il problema è che Candidato Nuovo non lo accettano come nome-cognome
cmq non disperiamo. ci abbiamo messo 5 anni a convincere i giornalisti che i blog non sono una roba diabolica, prima o poi ce la faremo anche a convincere i politici che il web serve
“[...] Guardate bene, sardi
Io guardo e spero
Se si può fare
Un presidente nero
Si può fare anche un presidente vero”
Bruno Tognolini (http://catalepton.altervista.org/2009/02/guardate-bene-sardi/#more-1376)
Grazie Lunobi, il link è però ingiusto. Diamo a Bruno quel che è di Bruno; e vedi anche la sua bella Lettera a Soru.
Altre sue cose, come Mamma lingua e le relative riflessioni su La lingua dell’Eden toccheranno forse altre tue corde